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Riflessione sulle assonanze psicologico – esistenziali: solitudine e suicidio nel dolore detentivo

mercoledì, 4 agosto 2010

Viene presentata una riflessione di Psicologia Penitenziaria messa a punto in occasione di un corso di perfezionamento personale in Psicologia Penitenziaria all’Università di Urbino.

Tale riflessione sulle assonanze psicologico – esistenziali: solitudine e suicidio nel dolore detentivo ripercorre le strade dell’uomo nella vita sia esso carcerato, sia esso libero.

“Il tema del dolore esistenziale quindi, considerato nella vita dell’uomo comune è ripreso entro la dimensione carceraria, proprio laddove quella realtà tende ad amplificare le situazioni di acting out espresse in gesti autolesivi come il suicidio, anche se si può affermare che pure il suicidio appartiene alla storia dell’uomo, dentro e fuori le prigioni.C’è tutto un mondo di esperienze acquisite o vissute più o meno positive o negative che accompagnano in lungo ed in largo i passaggi della vita, siano essi entro il carcere o fuori come tracciato che si inscrive nella storia umana”

“lasciami andare ti prego…apri le tue mani e
fammi volare via ritornerò lo giuro
come ritorna il tempo sull’orologio della vita
ritornerò è sicuro come ritorna sempre
chi per paura non riesce più a volare”

Introduzione

Parlare del mondo carcerario senza esperienza concreta di quell’universo ristretto fatto di quotidianità spezzate nella dignità e spogliate nella identità, di ruoli appiattiti perché ridotti alla stasi delle catene, in senso metaforico, rischia di togliere all’argomentazione validità.

Ma il parlare della disperazione del “vivre pour vivre” che affligge l’uomo “privato della libertà individuale” ridà vigore al tema, in quanto, quel disagio che tende a corroderlo e ad annientarlo, via via, giorno dopo giorno, lo accomuna alle persone siano esse recluse che libere, investendone le aree le più profonde dell’anima umana tanto da far ravvisare e considerare la problematica più a livello esistenziale che puramente bio-organica o sociologica.

Il tema del dolore esistenziale quindi, considerato nella vita dell’uomo comune è ripreso entro la dimensione carceraria, proprio laddove quella realtà tende ad amplificare le situazioni di acting out espresse in gesti autolesivi come il suicidio, anche se si può affermare che pure il suicidio appartiene alla storia dell’uomo, dentro e fuori le prigioni.

C’è tutto un mondo di esperienze acquisite o vissute più o meno positive o negative che accompagnano in lungo ed in largo i passaggi della vita, siano essi entro il carcere o fuori come tracciato che si inscrive nella storia umana.

Senza ombra di dubbio, il carcere rispetto al mondo esterno può divenire cassa di risonanza che aggiunge problematiche a problematiche, probabilmente già esistenti al momento dell’ingresso, ma esasperate ed esacerbate dalla nuova condizione di vita.

Se si pensa alla vita in carcere come istituzione chiusa che non difende e priva della libertà come necessaria retribuzione della colpa (1), si parla di un mondo a parte collocato al di fuori di ogni contesto socializzante, contrapponendo il tempo sociale al tempo soggettivo, dove reclusi o ergastolani (2), dovranno scontare per un tempo più o meno lungo, definibile sia in base alla entità della pena (3) connessa alla gravità del reato, sia alla posizione in cui si trovano come detenuti (4).
Sono i regolamenti scritti dalle norme legislative (5) che stabiliscono la vita in carcere del detenuto, con riferimento alla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”

Ma, se si considera il suicidio una scelta drastica agita come una scelta simile a quella che talora compiono gli uomini liberi, non si guarderà più al detenuto solo come ad un caso patologico anche quando si suicida, insistendo nell’errore di non vederlo come persona e ci si condanna ad una comprensione limitata” (6), impedendo così alla scienza di allargare gli orizzonti della ricerca, oltre l’organico, lo psichico ed il sociale.

Si può pensare che esista un filo conduttore interiore che alimenta l’angoscia esistenziale (7) verso l’annientamento , oltre la condizione del carcerato. Dice infatti S.Kierkegaard: “ l’uomo è sempre esposto alla nullità possibile di cio’ che è possibile, quindi alla minaccia del nulla . Nel possibile tutto è possibile”

Le difficoltà della vita, come la sofferenza, in fondo sono per tutti; un antico adagio recita che si nasce tra le lacrime e si muore tra le lacrime e se alle stesse si sovrappongono, o si aggiungono fallimenti comportamentali coincidenti con uno stato di detenzione, le frustrazioni che ad essa conseguono, saranno oltremodo pesanti ed a volte insopportabili e inconciliabili con la vita stessa, sino alle estreme conseguenze del suicidio.

Va sottolineato comunque che da qualsiasi parte si guardi la condizione esasperata del suicidio tutto riconduce alla condizione della sofferenza umana, pur se analizzata da ottiche diverse.


La multifattorialità dell’atteggiamento suicidario in ambito detentivo:

In carcere, per il detenuto “nuovo giunto” (v. Circolare Amato del 30.12.1987 n. 3233/5689), la libertà è compromessa dal momento stesso che varca il portone alla stessa stregua della volontà che viene chiusa a chiave come il suo corpo.

In questa fase si può parlare di sindrome da ingresso, consistente in una serie di disturbi-segnale coinvolgenti le aree psico-somatiche e non ultima l’area esistenziale.

Il trauma da ingresso può essere tanto più forte quanto più esiste un divario fra status di vita precedente e quello fruibile in carcere, tra capacità adattiva e struttura di personalità.

I primi giorni immediatamente successivi “all’arrivo”, sono di fatto per il detenuto un momento particolarmente delicato e frustrante, nel quale il “rischio suicidio appare elevato, e frequentemente caratterizzato da situazioni di crisi e da traumi “come afferma Raggi (8).

Con l’intervento psicologico, si cerca di realizzare, sia un contenimento delle probabilità che il soggetto possa commettere atti autolesivi (suicidio)- sulla base dell’identificazione dei nessi fra condizioni psico-sociali del soggetto e livelli di rischio- sia una risposta fondamentale ad un mandato specifico (9).

A questo riguardo, c’è stato infatti un trait – d’union da parte del sistema penitenziario tra la vita “normale” e quella carceraria, per la tutela della salute (10) che si è esplicitato attivando per l’appunto un presidio psicologico e psichiatrico, in un’ottica preventiva rispetto al suicidio dei detenuti soggetti a “gesti anticonservativi” e trattamentale, per il contenimento in generale delle condizioni da sindrome da prisonizzazione (Clemmer, 1940).

Nell’osservazione-trattamento interviene un’ equipe capace di trattamenti individualizzati e finalizzati (11) alla risocializzazione o alla rieducazione, e recupero del reo (12), quale finalità ultima della pena che secondo il dettato costituzionale dovrebbe altresì assolvere ad una funzione rieducativa, La pena si caratterizza essenzialmente come privazione; nel caso della reclusione questo meccanismo non si arresta alla primaria privazione della libertà, ma va molto oltre, postulando norme, strutture, sistemi di vita, situazioni diverse rispetto alla normalità dei rapporti umani liberi.

Fattori precipitanti e significativi:

Per quei tanti motivi la reclusione diviene fattore precipitante o slatentizzante, una pregressa condizione di precario equilibrio mentale (13) puo’ innescare reazioni abnormi o aggravare preesistenti quadri psicotici (14); altre volte è possibile che dietro il suicidio sia rilevabile una personalità in qualche modo anomala in situazione di particolare sofferenza e disperazione – quale la perdita del bene della libertà , ad esempio- possono verificarsi episodi di suicidio compiuti da persone psichicamente normali- (15).

Una esigua casistica come appresso descritta:

  • il carcerato può rispondere con atti di autolesionismo, per attirare l’attenzione sul suo dramma e per compensare la ristretta temporalità del suo quotidiano.
  • la causa prossima del suicidio si trova già da subito nell’impatto con l’istituzione vissuta dal recluso come indifferente alla sua sofferenza, alle sue necessità con la sensazione del sentirsi abbandonato nel ventre di un’istituzione;
  • il trasferimento da un carcere all’altro o verso carceri e situazioni sconosciute; o l’esito negativo di un ricorso alla magistratura o la revoca di una misura alternativa;
  • la mancanza di punti di riferimento affettivi ed emotivi : come la delusione, per l’abbandono inatteso da parte della famiglia o dal partner, dagli amici di sempre; la notizia della morte di un famigliare, o la morte di una persona ritenuta importante; la perdita del lavoro;
  • Il capovolgimento di stati d’animo e la difficoltà a reggere il tempo, con i suoi rimpianti, le sue nostalgie, i rimorsi, le ansie, la depressione, le angoscie, lo stato di impotenza in una solitudine irrimediabile.

Secondo una elaborazione di Baechler (16), esistono otto diversi significati da dare all’atto suicida all’interno dell’ambiente carcerario:

  • il significato di fuga, il soggetto attenta alla propria vita, cerca di fuggire da una situazione sentita come insopportabile;
  • il significato di lutto, il soggetto attenta alla propria vita in conseguenza della perdita (reale o immaginata) di un effettivo elemento della sua personalità o dell’ambiente che lo circonda
  • significato di castigo, Il soggetto attenta alla propria vita, sia per espiare un errore o una colpa, reali o immaginari;
  • il significato di delitto, il soggetto attenta alla propria vita, per trascinare con sé, nella morte, un’altra persona;
  • il significato di vendetta, il soggetto attenta alla propria vita, per provocare un rimorso altrui, sia per infliggere all’altro l’infamia della comunità;
  • il significato di richiesta e di ricatto, il soggetto attenta alla propria vita per fare pressione sull’altro, ricattandolo;
  • il significato di sacrificio e passaggio, il soggetto attenta alla propria vita per raggiungere un valore o una condizione giudicata superiore;
  • il significato di ordalia e gioco, il soggetto attenta alla propria vita per mettere in gioco sé stesso e, a tal fine, organizza una sorta di sfida col destino.

Nell’atto del suicidio “Il soggetto dichiara – senza ambiguità, senza alternative che la sofferenza è stata più forte dell’istinto di conservazione. Per tradursi nel gesto suicida queste cause debbono trovare un terreno preparato. Quasi tutti, uomini e donne, hanno pensato in qualche momento della loro vita al suicidio. Ma soltanto quando questo pensiero diventa una presenza stabile, come il ‘vizio assurdo’, può bastare un’occasione apparentemente minima per passare dall’idea all’atto (17) , basta il nesso tra la voglia di lasciarsi andare e la perdita dell’esperienza del futuro (18).

I Fattori endogeni e Fattori esogeni nel suicidio:

Se si considerano alcuni eventi della vita detentiva, gli stessi sembrano funzionare da innesco rispetto alla decisione di “farla finita”.

A livello penitenziario, gli studi interessati alla tematica
del gesto suicidario e degli atti autolesivi, sono tanti e molteplici: dall’ l’influenza dei fattori endogeni (psico-emozionali) (19), ai fattori esogeni (socio-antropologici), si perviene ad una diversa interpretazione epistemologica. La proposta di un terzo fattore quale quello esistenziale può apportare un ampliamento dei nessi causali ed una risposta in più ai tanti perché. Perché si è ucciso? Perché è arrivato a tanto?

Nell’impostazione medico-psichiatrica, la prospettiva
suicidaria è vista come la conseguenza di una patologia individuale, cioè legata esclusivamente alla natura dell’individuo, indipendentemente dalle condizioni ambientali del carcere valorizzando una tesi psicopatologica di tipo endogeno. Il suicidio può rappresentare il risultato di patologie mentali che vanno dalle forme paranoidee, agli stati schizofrenici (20), sino a giungere agli scompensi nevrotici acuti ed alle depressioni che sono una molla facilitante verso il suicidio (21).

La responsabilità del gesto autolesivo, viene considerato
come il gesto di un malato di mente, legato a fattori endogeni e cioè a fattori interni all’individuo e non a fattori esterni e cioè legati all’aspetto sociale della carcerazione; oppure è un detenuto “ribelle” che compie un gesto inconsulto per attirare l’attenzione, per protestare contro quelle che ritiene ingiustizie o per vendicarsi delle “prepotenze” subite in carcere.

Secondo l’ordinamento giuridico ad esempio, appare evidente la tendenza ad inquadrare il gesto anticonservativo , come un atto di “devianza psichica”. Per quanto il suicidio non costituisca reato, tuttavia si configura come un comportamento “deviante” poiché viola il diritto alla salute e dunque alla vita, che in virtù dell’art. 32, c. 1, della Costituzione assurge a valore costituzionale.

L’atteggiamento dell’Istituzione carceraria riguardo al suicidio fa proprie queste considerazioni di carattere scientifico riguardo alle modalità di coloro che vogliono sopprimersi; ogni atto ed ogni gesto autolesivo costituisce un comportamento che contravviene di per sé, non solo al diritto, ma anche al dovere alla vita; una persona “normale” non può pensare seriamente al suicidio. Ne consegue che la risposta al problema suicidiario sarà di tipo medico, poiché si tende ad inquadrare il suicidio come un comportamento “patologico” che viola il diritto-dovere alla salute (art. 11, Legge 354/75 del diritto penitenziario (22)).

Questo orientamento dell’istituzione penitenziaria emerge sia dalle misure preventive, che da quelle intese a porre rimedio al comportamento suicida.

Nella Circolare Amato (23) del 30 dicembre1987 n.3233/5689,
molte sono le raccomandazioni tese ad impedire il corso di gesti autosoppressivi “simulati” tali da “turbare” la vita carceraria. Si precisa infatti: “l’interesse alla salute deve comporsi con la necessità di evitare rigorosamente eventuali strumentalizzazioni e abusi per i quali, in realtà, le ragioni sanitarie siano nulla più che un pretesto.”

A livello psicologico-esistenziale

“Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come”
Nietzsche

Non è difficile capire quanto la negazione della libertà personale -come vissuto ristretto in cella- possa rappresentare un evento abnorme, tale da procurare eventualmente in fieri stati psico-emozionali che irrompono in maniera totalizzante nel vissuto esistenziale di colui che vive in reclusione mettendo a dura prova, sia la struttura della sua personalità, sia tutto il suo sistema valoriale acquisito e sperimentato nel tempo con la possibile riapertura di antiche ferite mai state rimarginate.

La vita “dentro” mette a nudo una voragine che giunge fino alle profondità viscerali dell’uomo e ne tocca quelle parti più vulnerabili e più fragili del senso dell’esistere a 360°, oltrepassando quelle barriere della ragione, espresse nel senso di vuoto, di solitudine e la voglia di porre fine a quella vita che non sente più sua, al di fuori di quel mondo che lo ha escluso e recluso . Respinto ad un livello profondo non solo esteriore.

La drammaticità di questi vissuti è determinata dalla “condizione del carcere, creatore di disagio psicologico” (24). Si attua, infatti, una involuzione-regressione del modo di percepire la realtà, dove tutto si trasforma, il “tempo carcerario” si dilata, gli spazi si restringono, con ripercussioni sulla percezione sensoriale del modo di essere, di vivere, di pensare; gli affetti si svuotano di quella quotidianità significativa che ancòra ogni uomo alla speranza, al senso della vita e dell’esistere.

Tutto sembra giocarsi nella solitudine di una vita congelata nelle sue espressioni dinamiche, emozionali ed esistenziali.

Senza considerare la giusta causa della pena (25) per chi delinque, è innegabile che nella situazione di detenzione subentri una forzatura della natura umana stessa, con la soppressione della libertà in cui il reo si è costretto a vivere, per una pena da scontare che sospende i rapporti umani liberi, allontanandolo da quella parte di mondo sociale che gli era appartenuta fino a poco tempo prima.

E’ significativa la frase con la quale il carcerato demolisce tutti gli argomenti capaci di infondere coraggio ricusando qualsiasi conforto : “Ormai non posso sperare più nulla dalla vita. E’ finita!”

Ci si chiede a livello psicologico-esistenziale: ma perché un essere umano ricorre al suicidio ?

L’uomo che si suicida è veramente solo il risultato casuale della sua costituzione corporea, della sua inclinazione caratteriale e della sua posizione sociale?

Che cosa rispondere?

L’ impostazione esistenziale della logoterapia di V. Frankl.

Dostojewski ha detto una volta:
« Temo una cosa sola: di non essere
degno del mio tormento ».

Ci si pone l’interrogativo: “ riformulando la domanda : è vero dunque, come propone una Weltanschauung naturalistica (26), che l’uomo è solo il prodotto di alcune componenti e condizioni biologiche, psicologiche o sociali?

Sembra che “sia proprio questo particolare ambiente sociale del carcere a plasmare, in apparenza fatalmente, l’atteggiamento dell’uomo.
Chi conosce l’intima relazione tra lo stato d’animo di un uomo e pertanto sentimenti come coraggio e speranza, disperazione e demoralizzazione da un lato e dall’altro, l’immunità dell’organismo, può comprendere le mortali conseguenze di una improvvisa disperazione e depressione (27)”.

Dagli studi effettuati sulla ricerca delle cause del suicidio, Erwin .Ringel, -iniziatore della moderna ricerca sul suicidio-, ha individuato tre sintomi costanti nella fase anteriore al tentativo di suicidio: la chiusura esistenziale, l’aggressività repressa e le fantasie suicide. Lo studio prende in esame tali aspetti, integrandoli con l’”Effetto Werther” e con la prospettiva frankliana, secondo cui chi pensa di togliersi la vita quasi sempre manifesta una crisi spirituale con la perdita esistenziale della vita.

La logoterapia assegna in questo senso al vuoto esistenziale –un ruolo centrale per la comprensione dell’atto suicidario. Quel vuoto esistenziale – inteso come assoluta mancanza di senso, percorre le condizioni umilianti in cui ogni giorno, ogni ora, l’uomo è costretto a soccombere in un carcere o in situazioni analoghe.

Ci si potrebbe chiedere: dov’è sta la libertà dell’uomo? Non esiste alcuna libertà spirituale nel comportamento dell’individuo, nella sua reazione alle condizioni ambientali?

Secondo tale impostazione: “l’uomo è un essere la cui caratteristica essenziale è rappresentata dalla libertà , intesa come la capacità che l’uomo ha, nonostante la vasta gamma di condizionamenti biologici, psicologici e sociali, di prendere posizione, di assumere un atteggiamento nei riguardi di qualsiasi condizione con la quale venga messo a confronto“ (28).

E in particolare: “le reazioni psichiche dell’uomo all’ambiente socialmente condizionato a maggior ragione dalla vita in carcere, sono in grado di testimoniare veramente che egli non può mai sottrarsi agli influssi della forma di esistenza, alla quale egli è forzatamente sottoposto? Deve egli soccombere a questi influssi? Sotto la costrizione delle circostanze, delle condizioni di vita esistenti nel carcere « non ci si può comportare diversamente? “.

Accogliere quell’uomo in tutta la sua dimensione bio-organica, psichica ed esistenziali significa ricomporre quei pezzi sani dentro di lui riappropriandosi di quell’interiorità ritenuta perduta, ma fondamentale per affrontare le insidie pericolose dell’autodistruzione. Infatti, senza più uno scopo, senza più scorgere che è possibile distanziarsi da quel mondo duro che è intorno, svanisce il significato del suo essere, ed il significato del perché resistere alla morte per la vita.

In base alle esperienze personali vissute nel lager, V. Frankl, mostra che l’uomo è veramente in grado di reagire agli eventi tragici in modo diverso. Uscire da quel senso di soffocamento, di apatia, di irritabilità che sembrano aver demolito “quel resto di libertà spirituale, di libero atteggiamento dell’io verso il mondo, anche in quello stato, solo in apparenza di assoluta coazione, tanto esterna quanto interiore. Chi, tra coloro che hanno vissuto in campi di concentramento, non potrebbe parlare di persone che percorrevano le piazze d’armi o le baracche del Lager, dicendo una buona parola o regalando l’ultimo boccone di pane? E se pure sono stati pochi — bastano questi esempi per dimostrare che all’uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa sola: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta.

Questa decisione interna all’uomo che soccombe o reagisce alle potenze dell’ambiente che minacciano di rubare quanto egli ha di più sacro — la sua libertà interna e la sua dignità — inducendolo a diventare uno strumento in mano agli eventi, con lo stigma appiccicato addosso dell’ internato.

V.E. Frankl, ribadisce che “tutto ciò che accade all’anima dell’uomo, ciò che il carcere apparentemente “fa” di lui come uomo, è il frutto d’una decisione interna.

In linea di principio dunque, ogni persona, anche se condizionata da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere intimamente e spiritualmente che cosa sarà di sè .Nel mondo o nel carcere, un uomo, a queste condizioni resta uomo anche li conserva intatta la dignità pur in mezzo a sofferenze e dolori, con la capacità di testimoniare l’ultima e inalienabile libertà interna, anche se gravemente compromessa dalla carcerazione.

Frankl, sottolinea che molti internati nei lager come lui, hanno dimostrato che, soffrendo rettamente, si può realizzare qualcosa: una conquista interiore. “ La libertà spirituale dell’uomo, quel bene che nessuno può sottrargli finché non esala l’ultimo respiro, fa sì ch’egli trovi, fino al suo ultimo respiro, il modo di plasmare coerentemente la propria vita”. Poiché dice : “non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo; e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzarsi sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura; la vita conserva il suo senso anche quando si svolge in un luogo di prigionia , quando non offre quasi più nessuna prospettiva di realizzare dei valori, creandoli o godendoli, ma lascia solamente un’ultima possibilità di comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui l’uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere, imposta con violenza dall’esterno.
La vita creativa e quella ricettiva gli sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza. La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita —proprio come il destino e la morte. Solo con la miseria e la morte, l’esistenza umana è completa!”.

Nell’analisi esistenziale ci si sofferma sulla maniera in cui un uomo accetta il proprio destino e con esso la sofferenza che gli viene inflitta, caricandola su di sé come la “ sua croce”.

L’accettazione del peso della sofferenza apre infinite strade e possibilità di dare significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. La capacità di resistere alle forze avverse rimanendo nella sua dignità uscendo da sé stesso come dono altruistico nella spietata lotta per sopravvivere, senza farsi travolgere , allora — a seconda di ciò che accade- , l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono, a seconda dei casi, egli come dice Frankl sarà o meno “ degno del suo tormento “.

Ovunque, l’uomo è messo a confronto con il proprio destino, dovrà decidere se fare della propria vita una conquista interiore. Per Frankl, due sono le condizioni necessarie per aiutare la persona ad assumere un atteggiamento positivo nei confronti di un destino di sofferenza: “soffrire in un contesto valido” e soffrire per amore di” qualcosa o di qualcuno”.

La logoterapia indica un percorso coraggioso per affrontare situazioni di dolore inevitabile e prospetta il superamento del vuoto esistenziale attraverso il dono totale e generoso di sé.

“Se liberi la luna, che è nascosta in te,
essa illuminerà cielo e terra, e la sua luce
caccerà le ombre dall’universo”

Riferimenti bibliografici

(1) In Criminologia “Il detenuto con la sua pena paga la vittima: Funzione Retributiva e Funzione Riparativa del danno inferto. Dalla lezione : La funzione e percezione sociale della pena. Dr. D:Pajardi. Direttore del IV Corso di Psicologia Penitenziaria all’Università di Urbino. Anno 2007.

(2) La Nuova Università (I volumi di base), Compendio di diritto penitenziario. Organizzazione e Servizi degli Istituti Penitenziari. Napoli, VI Gruppo Editoriale Esselibri – Simone ,2004. cit. al p. B dell’Esecuzione Penale Cap. III. I Reclusi sono i detenuti condannati alla pena della reclusione (da 15 giorni a 24 anni), gli Ergastolani , sono detenuti condannati alla pena dell’ergastolo..

(3) La Nuova Università (I volumi di base), Compendio di diritto penitenziario.
Organizzazione e Servizi degli Istituti Penitenziari. Napoli, VI Gruppo Editoriale Esselibri – Simone ,2004. La pena secondo la Costituzione al punto c. principio di personalità della pena sancisce che la “responsabilità penale è personale”l’art. 27 della Cost. statuisce non solo la personalità dell’illecito penale , ma anche la personalità della sanzione penale.

(4) Rientrano in tale classificazione tutti coloro che si trovano in carcere o in stato di custodia cautelare (imputati) o in stato di esecuzione penale (condannati) Motivo di tale distinzione risiede nel fatto che il trattamento degli imputati deve essere rigorosamente informato al principio che essi non sono considerati colpevoli sino alla condanna definitiva ( art. 1 della legge c. 5, L. 354/75) permanendo la presunzione costituzionale di non
colpevolezza( art. 27 c. 2 ).

(5) “Legge n. 354 del 1975 dell’Ordinamento Penitenziario modificata dalla 663/86 ”.

(6) Dalle :Le due città, Periodico mensile ufficiale dell’Amministrazione Penitenziaria DAP. Fondato nel 2001.

(7) L’angoscia è una parola filosofica introdotta da S. Kierkegaard per designare la condizione dell’uomo nel mondo.

(8) In Rassegna penitenziaria e criminologia. Il gruppo Nuovi Giunti. Un progetto di supporto ai detenuti nella fase di ingresso in carcere. Nuova Serie. Anno X, Gennaio-Aprile 2006 Cristian Raggi dr. di ricerca in psicologia clinica e specializzando presso il Turvey Institute Institute for Group-Analytic Psychotherapy- Oxford Brookes University (England).

(9) L’intervento psicologico si realizza principalmente in 3 servizi che prendono il nome dalla tipologia dei soggetti cui ci si rivolge : Il Servizio Nuovi Giunti , l’Osservazione e Trattamento, Presidio Sanitario Tossicodipendenze. Il Servizio Nuovi Giunti, istituito con la Circolare Amato del 30 dic. 1987 n.3233/5689.

(10) ( Artt.11 L. 354/75 e 17-20 REG.).

(11) Con la L. 354/75 c’è l’introduzione della figura dello psicologo che entra operativamente nel 1979 a fare parte dell’equipè d’osservazione e trattamento degli istituti penitenziari per adulti.

(12) Finalità delTrattamento Penitenziario – rieducativo (art. 1, artt.13, 14 , 15 L. 354/1975 e succ. modifiche) uniforme alle esigenze riadattive sociali del condannato, enunciato dall’art. 27 Costituzione. Stabilisce inoltre che il trattamento penitenziario deve essere improntato ad umanità ed assicurare la dignità della persona.

(13) U. Fornari “La simulazione di malattia mentale” tratto da Compendio di Psichiatria Forense, in principi fondamentali di medicina penitenziaria, 1986, n. 6, p. 21.

(14) DSMIV . Criteri diagnostici. (1995) Milano. Ed Masson.

(15) R.Rizzo, Suicidio e tentato suicidio in carcere, cit. p. 28.

(16) A.Baechler, Les Suicides, 1989, Gallimard, Paris.

(17) Le Due Città. Periodico mensile ufficiale dell’Amministrazione Penitenziaria DAP.

(18) S.Kierkegaard.

(19) Si possono esplicitare in fattori psico-emozionali i sintomi di psicosi o nevrosi di, in fattori socio-antropoligici gli eventi ambientali e sociali, in fattori esistenziali i significati correlati al senso dell’esistere e del vivere.

(20) Secondo il DSM IV. Criteri diagnostici. (1995) Ed. Masson. S. Donato Milanese..

(21) R.Rizzo, Suicidio e tentato suicidio in carcere, cit. pag. 28.

(22) Questa norma dispone, infatti, cure sanitarie obbligatorie, preordinate alla salute psico-fisica del detenuto indipendentemente dalle richieste dell’interessato. Il testo normativo che affronta direttamente il suicidio in carcere e le altre forme di autolesionismo si trova però nelle circolari Amato del 1986, del 1987 e del 1988. In base alle misure disposte nelle circolari si può comprendere meglio quale sia il punto di vista dell’amministrazione penitenziaria sul problema carcerario.

(23) Del 30 dicembre1987 n.3233/5689.

(24) Marina Valcarenghi: Psicologa psicoterapeuta, Docente di Psicologia Clinica, Libera Scuola di Terapia Analitica Milano, Presidente Commissione Carcere e Giustizia dell’Ordine degli Psicologi Regione Lombardia.

(25) La Costituzione all’art. 27, considera la pena “come …un elemento garantista ineliminabile del nostro sistema giuridico, necessariamente correlata al concetto di responsabilità penale e personale…”

(26) Riferimento al concetto di visione del mondo, messo a punto da W.Dilthey e K.Jaspers. Termine che ha trovato il suo fondamento in ambito filosofico e nell’indirizzo fenomenologico-psichiatrico ( v. analisi-esistenziale), l’applicazione più rigorosa.

(27) Viktor  Frankl, Uno psicologo nei lager, 1999, Milano, ED. Ares.

(28) V.E. Frankl. Das existentielle.(1972) Vakuum, in , Wissenschaft und Weltbild“, 25, n. 2, pp.88-95.